Invicta: la gloria fragile di un marchio leggendario.

Invicta: la gloria fragile di un marchio leggendario.

In Italia, quando si dice Invicta, la mente corre agli zaini colorati degli anni Ottanta o al marchio di abbigliamento sportivo. Solo i cultori di automobilismo storico conoscono invece la vera Invicta, quella che oggi – domenica 17 – il Concorso d’Eleganza di Pebble Beach celebra con una speciale classe dedicata ai suoi modelli più rari.

Il nome non è sconosciuto nemmeno a livello agonistico: esiste infatti una Invicta Racing che corre in Formula 2, talvolta con piloti italiani.

Eppure, la storia automobilistica che conta porta oltremanica, in Inghilterra, e affonda le radici negli anni Venti.

Le origini e l’intuizione di Noel Macklin

Il fondatore Noel Macklin aveva già alle spalle alcuni tentativi nell’industria nascente dell’auto: prima con la Eric-Campbell, dal 1918, e poi con la Silver Hawk.

La sua idea però era chiara: costruire una vettura che avesse la fluidità e la coppia di un motore a vapore, ma funzionasse a benzina.
Con il sostegno dei fratelli Oliver e Philip Lyle, ricchi industriali dello zucchero, nacque così nel 1925 la Invicta, con sede a Cobham, nel Surrey.

Le prime vetture montavano un sei cilindri Meadows da 2,5 litri, leggero e scattante. Per il debutto in gara Macklin coinvolse la cognata, Violette Cordery, una delle prime donne pilota a lasciare il segno nella storia delle corse.

I record di Violette

Dal 1926 la cilindrata crebbe a 3 litri e le Invicta iniziarono a collezionare vittorie: record di distanza a Monza, 5.000 miglia percorse a Montlhéry a oltre 114 km/h di media, e poi l’impresa del giro del mondo con un osservatore del RAC a bordo, a testimoniare l’affidabilità assoluta dell’auto.

Nel 1928 arrivò il 4,5 litri, e l’anno seguente Violette compì un’impresa epica: 48.000 chilometri percorsi a Brooklands con una media di quasi 100 km/h. Un risultato che all’epoca sembrava impossibile.

L’epopea sportiva e la crisi

Il capolavoro arrivò nel 1930 con la S Type, telaio ribassato e 4,5 litri sotto il cofano, capace di 160 km/h. Nelle mani di Donald Healey conquistò il Rally di Monte Carlo del 1931.
Ma la Grande Depressione non risparmiò Invicta. I tentativi di rilancio con modelli più piccoli e convenienti – equipaggiati con motori Blackburne – non salvarono la Casa, che chiuse i battenti nel 1935.

Rinascite effimere

Il nome tornò in vita nel 1946 con la futuristica Black Prince, progettata da William Watson e dotata di convertitore di coppia Brockhouse: un’auto straordinariamente avanzata, ma troppo costosa e complicata.

Ne furono costruiti solo sedici esemplari, prima della chiusura nel 1950.

Bisogna attendere gli anni Duemila per un nuovo, fugace ritorno: Michael Bristow fondò la Invicta Car Company a Chippenham e presentò la S1 al British Motor Show del 2002. Telaio space-frame, carrozzeria in carbonio e un poderoso V8 Ford: un’auto modernissima, ma prodotta in numeri minimi, fino all’inevitabile stop nel 2012.

Testo di Renzo Raimondi per Motori Storici.

Renzo Raimondi
Renzo Raimondi - Padre di famiglia fiero, grande appassionato di motori e auto storiche.

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