Jiotto Caspita, il sogno giapponese con un cuore italiano.
Ci sono automobili che entrano nella storia per ciò che hanno realizzato. E poi ce ne sono altre che diventano leggenda per ciò che avrebbero potuto essere.
La Jiotto Caspita appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.
Per comprenderne la nascita bisogna tornare alla fine degli anni Ottanta, quando il Giappone viveva il periodo più prospero della propria storia economica. Era l’epoca della cosiddetta “bubble economy”: le aziende investivano senza timori e i grandi costruttori volevano dimostrare che la tecnologia nipponica non aveva nulla da invidiare all’Europa.
Fu in quel clima di entusiasmo che al Salone di Tokyo del 1989 comparvero progetti destinati a lasciare il segno. Accanto alla futura Honda NSX, ai prototipi Mitsubishi HSX e Toyota 4500G, brillava anche la luce della spettacolare Ferrari Mythos firmata da Pininfarina.
Fu proprio quell’atmosfera a convincere l’imprenditore giapponese Yoshikata Tsukamoto, proprietario del colosso tessile Wacoal, a inseguire un sogno apparentemente impossibile: costruire una supercar capace di guardare negli occhi le migliori sportive europee.
Per riuscirci si alleò con Dome, la celebre azienda fondata da Minoru Hayashi, dando vita al progetto Jiotto.
Anche il nome raccontava una storia. “Jiotto”, pronunciato proprio come Giotto, richiamava volutamente l’Italia e identificava una nuova linea di lusso della Wacoal dedicata all’abbigliamento maschile. La vettura avrebbe dovuto diventarne il simbolo assoluto, l’oggetto capace di promuovere nel mondo il nuovo marchio.
E poi c’era quel nome, Caspita.
Una parola tutta italiana, scelta perché esprime stupore, meraviglia, incredulità. Esattamente ciò che i suoi creatori volevano provocare in chiunque la osservasse.
Il legame con l’Italia non si fermava però alla denominazione.
Sotto la carrozzeria in fibra di carbonio, dalle forme futuristiche, con portiere ad ala di gabbiano e alettone posteriore a scomparsa, pulsava infatti un autentico capolavoro dell’ingegneria italiana.
A firmarlo era Carlo Chiti, uno dei più grandi progettisti della storia dell’automobile, attraverso la sua Motori Moderni.
Il primo prototipo montava infatti un dodici cilindri boxer da 3,5 litri sviluppato originariamente per il programma di Formula 1 della Subaru. Un motore raffinato e affascinante, che però si rivelò troppo pesante per le monoposto.
Quando quel progetto sportivo venne abbandonato, anche la Caspita cambiò pelle. Nel 1990 nacque la Mk II, equipaggiata con un poderoso V10 Judd derivato direttamente dalla Formula 1, capace di sviluppare ben 585 cavalli.
Con numeri simili, la Jiotto Caspita sembrava davvero pronta a sfidare mostri sacri come la Ferrari F40 e la Porsche 959.
Ma il destino aveva altri piani. All’inizio degli anni Novanta esplose la gigantesca crisi finanziaria giapponese, ricordata come il “decennio perduto”. In pochi mesi svanirono investimenti, fiducia e capitali. Anche il mercato delle automobili più esclusive si fermò improvvisamente.
Il progetto Jiotto Caspita, che prevedeva una produzione limitata ad appena trenta esemplari, venne definitivamente cancellato nel 1993.
Rimasero soltanto due prototipi.
La Mk I, con il dodici cilindri italiano di Carlo Chiti, è oggi custodita nel Motorcar Museum of Japan di Komatsu.
La Mk II con il V10 Judd riposa invece nella sede della Dome, quasi fosse una preziosa capsula del tempo.
Gli esperti stimano che il loro valore superi ormai i due milioni e mezzo di dollari. Ma forse il loro vero valore non è economico.
La Jiotto Caspita rappresenta infatti uno dei più straordinari “what if” della storia dell’automobile: la dimostrazione che, a volte, i sogni più affascinanti non sono quelli che arrivano sulle strade, ma quelli che continuano a vivere nell’immaginazione degli appassionati.
Perché la Caspita non è soltanto una supercar mai nata. È il simbolo di un’epoca in cui il Giappone sognava di conquistare il mondo… parlando anche un po’ italiano.
Testo di Renzo Raimondi per Motori Storici.



