Fiat VSS: quando Renzo Piano applicò l’architettura prefabbricata all’automobile.
Alla fine degli Anni Settanta, mentre il mondo industriale osservava con attenzione la rivoluzione produttiva giapponese innescata da Toyota e dal metodo Kaizen, anche la Fiat iniziò a interrogarsi sul proprio futuro. Migliorare i processi non bastava più: forse era il momento di ripensare l’automobile partendo da zero, guardando fuori dal perimetro tradizionale dell’ingegneria automobilistica.
Fu così che, in un contesto storico attraversato da profonde trasformazioni tecnologiche e culturali, nacque uno dei progetti più visionari e meno conosciuti della storia dell’auto italiana: la Fiat VSS, acronimo di Veicolo a Sottosistemi.
Dal Centre Pompidou a Mirafiori
Nel 1977 l’inaugurazione del Centre Pompidou a Parigi, progettato da Renzo Piano e Richard Rogers, aveva scosso il mondo dell’architettura. L’edificio, costruito facendo largo uso di elementi prefabbricati, mostrava come fosse possibile rivoluzionare i processi senza rinunciare a qualità e funzionalità.
L’allora amministratore delegato Fiat, Cesare Romiti, intuì che quella logica poteva essere applicata anche all’automobile. Così, in una scelta audace per l’epoca, decise di coinvolgere Renzo Piano nella progettazione di un prototipo capace di innovare non tanto il prodotto finale, quanto il modo di costruirlo.
Nasce la VSS e l’I.De.A
Per sviluppare il progetto venne creata una struttura dedicata, non lontano da Mirafiori: l’Institute of Development in Automotive Engineering (I.De.A.), fondata e presieduta dall’ingegner Franco Mantegazza, ligure come Piano, che divenne socio e anima progettuale dell’iniziativa.
Nel team entrò anche Peter Rice, ingegnere strutturista irlandese di fama internazionale, già protagonista del Centre Pompidou e di opere iconiche come la Sydney Opera House. Una squadra eterogenea, volutamente esterna al mondo dell’auto, scelta – come riportano le cronache dell’epoca – per avere uno sguardo libero dai vincoli della produzione tradizionale.
L’auto come edificio: struttura, pelle e sottosistemi
L’obiettivo fissato da Fiat era ambizioso: ridurre il peso dell’auto del 20% e ripensare radicalmente i processi di assemblaggio, sfruttando nuovi materiali come plastiche rinforzate e compositi, che avrebbero debuttato nella produzione di serie nei primi Anni Ottanta.
La risposta di Piano e Rice fu di derivazione architettonica: separare la struttura dalla “pelle”, come avviene negli edifici moderni. La Fiat VSS venne così concepita come un insieme di tre elementi principali e numerosi sottosistemi, costruibili anche fuori linea o direttamente presso i fornitori.
Al centro, una ossatura in lamiera stampata, deputata a sostenere la meccanica e garantire la rigidità strutturale. Attorno, pannelli di carrozzeria, porte complete e portellone già finiti, pronti per un montaggio rapido, più leggero rispetto alle scocche tradizionali grazie all’uso esteso della plastica.
Il sottosistema che ha cambiato l’industria
Ma l’intuizione più rivoluzionaria fu un’altra. Il gruppo plancia venne progettato come un modulo completo, assemblato interamente fuori linea: strumentazione, comandi, cablaggi, impianto di ventilazione e riscaldamento, finiture.
Un’idea semplice e geniale, che migliorava la qualità del componente e soprattutto eliminava una delle fasi più complesse e scomode della catena di montaggio: il lavoro manuale all’interno dell’abitacolo. Lo stesso principio venne applicato ai sedili e agli altri elementi d’arredo, con vantaggi evidenti in termini di ergonomia, tempi e sicurezza.
Un concetto che, negli anni successivi, avrebbe influenzato profondamente la produzione automobilistica mondiale, diventando standard industriale.
Un prototipo senza futuro, ma con grande eredità
Dal punto di vista del design, la Fiat VSS appariva volutamente neutra. Non era un’auto pensata per le concessionarie, ma uno strumento di studio messo a disposizione degli ingegneri. Non ebbe uno sbocco produttivo diretto, ma lasciò tracce evidenti.
Non è difficile riconoscere soluzioni tecniche e stilistiche che riaffioreranno in molti modelli del Gruppo Fiat degli anni successivi, a partire dalla Fiat Tipo del 1988, progettata proprio da I.De.A.
La VSS resta così uno di quei progetti silenziosi ma fondamentali, in cui architettura e automobile si sono incontrate per cambiare il modo di pensare la produzione. Un’auto che non ha mai corso né venduto, ma che ha insegnato a costruire meglio.
Testo di Renzo Raimondi per Motori Storici.


